Capita a tutti di mangiare troppo in un giorno di festa. Il binge eating è un’altra cosa: sono episodi in cui si mangia una quantità di cibo molto grande in poco tempo, con la sensazione di non riuscire a fermarsi, e dopo arrivano vergogna e senso di colpa.
Il disturbo da alimentazione incontrollata (binge eating disorder) è riconosciuto come disturbo alimentare nel DSM-5, il manuale di riferimento dei disturbi mentali. Si parla di disturbo quando le abbuffate si ripetono nel tempo, in media almeno una volta a settimana per tre mesi, e causano un disagio importante. A differenza della bulimia, di solito non ci sono comportamenti per “compensare”, come il vomito autoindotto.
Riconoscersi in qualcuno di questi punti non significa avere un disturbo: solo un professionista può fare una valutazione. Se ti riconosci soprattutto nella fame legata alle emozioni, leggi anche la pagina sulla fame nervosa.
Dopo un’abbuffata la reazione più comune è mettersi a dieta rigida. Ma restrizioni e digiuni spesso alimentano il ciclo: più si limita, più il rischio di perdere il controllo aumenta. Per questo, nel binge eating, conta lavorare insieme sul piano alimentare e sulle emozioni che stanno dietro al cibo.
Le linee guida internazionali, come quelle del NICE, indicano la psicoterapia, in particolare quella cognitivo-comportamentale per i disturbi alimentari, come primo intervento per il binge eating. Nel mio lavoro unisco il supporto psicologico a un’alimentazione regolare, costruita sulla tua vita reale e senza diete impossibili.
Conviene parlarne con un professionista se le abbuffate sono frequenti, se ti fanno stare male o se pensi al cibo per gran parte della giornata. Non serve aspettare che la situazione peggiori. Puoi scrivermi su WhatsApp per un primo colloquio: trovi come funziona nella pagina come funziona il percorso.
Le informazioni di questa pagina hanno scopo divulgativo e non sostituiscono la valutazione di un medico o di uno specialista.
Fonti